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Addio Italia: tra Gran Bretagna e Olanda, Fiat va via lasciando ricordi e un po' di rammarico

Addio Italia: tra Gran Bretagna e Olanda, Fiat va via lasciando ricordi e un po' di rammarico

Per il futuro di Fiat- Chrysler si sta arrivando, gradualmente, alla verità e alla fine di questa telenovela che ha tenuto incollati agli specchi addetti ai lavori, appassionati e persino i patrioti.

Pare che il Wall Street Journal abbia già ben chiare le idee che verranno proposte al consiglio di amministrazione del prossimo mercoledì, 29 gennaio. L’amministratore delegato del gruppo Fiat Sergio Marchionne, probabilmente, sottoporrà agli altri soci un’idea che si respira già nell’aria: sede amministrativa in America e sede fiscale in Gran Bretagna.

A questo punto è chiaro che resta una quotazione del gruppo che rimarrebbe a Milano ed è così che si andrebbe a creare una situazione del tutto paradossale. Mirafiori rimarrebbe centro di produzione, ma le altre grandi città starebbero a guardare. Si potranno trovare, dunque, auto usate a Milano, Roma e Napoli assieme alle concessionarie del gruppo ma le automobili sarebbero interamente prodotte all’estero.

Una grave perdita per il territorio italiano che, con la Fiat da oltre 100 anni, non solo ha permesso una forza lavoro di grande livello, ma ha anche contribuito a rendere la tecnologia italiana famosa nel mondo, così come il suo artigianato. Dopodomani si saprà finalmente la verità, soprattutto sulla sede legale e fiscale del gruppo che potrebbe oscillare tra Olanda ( dove lo sgravo fiscale è maggiore) e Londra.

Quel che è certo è l’addio all’Italia, ad un Paese che ha comunque dato tanto al gruppo Fiat, soprattutto nel periodo in cui l’azienda navigava in brutte acque. Sono ricordi, si sa, e di ricordi non si vive quando si parla di affari ma è sempre giusto tener presente cosa e chi hanno fatto parte della scalata al successo dell’attuale Fiat-Chrysler. Se Marchionne assicura che le tasse italiane resteranno pagate in Italia per stabilimenti e insediamenti italiani, è anche vero che il danno al Paese resta incalcolabile.

Chissà che, in un futuro più lontano, il gruppo non si renda conto di un piccolo particolare fondamentale: lasciare il made in Italy, anche se per ragioni più che valide, vuol dire sempre lasciare prestigio, classe, storia.